lunedì 17 giugno 2013

Una giornata tipo



[Premessa: esiste una persona in Italia che (questi sono punti fondamentali, poi scoprirete perché) 1) legge con attenzione questo blog, 2) gli piace ciò che ci sta scritto, 3) è frustrato dal fatto che si aggiorna con una cadenza che ricorda il ricambio della corte costituzionale americana. Dopo avermi sollecitato più volte, senza alcun esito, ha scritto un pezzo per me, dicendo "Mettilo su a nome tuo, almeno fai uscire qualcosa...". Nel pezzo descrive la giornata tipo di un avvocato, pur senza esserlo. Il dramma è che, bene o male, azzecca quasi tutto. "Come avrà fatto?". Ritengo sia bastato pensare al peggio che c'è in Italia. Che è anche uno dei motivi per cui questo blog fa fatica ad aggiornarsi (al di là del tempo, del lavoro, della squadra di basket e del futuro erede in arrivo). L'Italia sta facendo vomitare ed è dura scrivere con leggerezza. Ad ogni modo, visto che gli avvocati sono notariamente persone di cuore, non me la sono sentita di appropriami del suo pezzo, quindi lui è uno che si firma KGB, non vuole il proprio nome, non vuole link al proprio blog. Il che farebbe pensare ad un tipo sveglio. Ma ricordatevi dei 3 punti iniziali - Castorovolante].

Coda, anzi codissima. In teoria l'Ufficio Archivi apre alle 9:00, col cappuccino anche alle 9:15, ma alle 8:00 la fila è già lunghissima.
Evidentemente molti colleghi hanno avuto la mia stessa idea: partire di casa presto, essere tra i primi all'apertura, prendere i faldoni, fotocopiarli rapidamente, restituirli e poi correre in ufficio...
Mentre sono in coda faccio la stima di quanto tempo occorrerà per arrivare allo sportello dell'archivio. Subito preferisco dimenticare la mia stima: però, sentendomi non abbastanza apprezzato, cambio idea e mi limito a sperare per il meglio.
La fila non si muove e la tensione è alta: involontariamente un biondino sui trenta pesta i piedi a un collega dai capelli scuri, leggermente brizzolati e dallo sguardo cattivo. Subito scoppia un alterco: il primo alza il dito come per dire qualcosa ma l'altro non gli fa aprire bocca e lo atterra. Il moro è infatti un avvocato alfa dominante e al biondino inchiodato al suolo non resta che esporre la cravatta in segno di sottomissione: il moro accetta la resa e, per rimarcare la sua superiorità, gli schizza addosso un decreto congiuntivo ordinandogli «Che egli si rialzasse!»
Poi la mia segreta speranza si avvera: l'Apple Store accanto al tribunale apre i battenti e un buon numero di geometri con T-shirt raffiguranti squadra e compasso, evidentemente in attesa del nuovo iMaxOne, abbandonano la fila. Ancora meglio, con un ritardo di qualche minuto dovuto a problemi di lingua, un'intera famiglia di eschimesi lascia la coda per entrare nell'Apple Store alla ricerca di un iGloo. Fra avvocati, qualcuno che fa la fila sbagliata per entrare in un Apple Store, lo chiamiamo “iDiota”...

Dopo un'altra ora, entro finalmente nell'ufficio vero e proprio, tutto tappezzato di vecchi annunci e informazioni varie vecchie di decine d'anni. All'altra estremità della stanza c'è un divisorio di vetro con tre sportelli: ovviamente solo uno è aperto.
Attraverso il suo vetro sudicio è possibile osservare un altro mondo dove il tempo scorre più lento e gli impiegati sembrano muoversi al rallentatore: un regno beato, di tepore, profumo di caffè e chiacchiere fra colleghi, dove solo i noiosi avvocati, in fila nel mondo reale, turbano quel placido nirvana con le loro assurde richieste di faldoni polverosi. Fra avvocati questo lo chiamiamo “giardino zen”.

Come spesso accade, un ragazzo in fila si sente male e crolla al suolo come una pera. Subito un suo amico lo soccorre e, accortosi che è privo di conoscenza, gli prende il portafoglio e lo ripulisce dei (pochi) contanti. Fra avvocati questa la chiamiamo “amicizia”.
Poi a turno, via via che la coda (lentamente) scorre, passeggiamo sopra il suo corpo: un'avvocatessa piuttosto corpulenta accenna pure a dei passi di twist sugli zebedei del tizio. Io, nel mio piccolo, mi limito a tirargli un paio di calci analettici al petto per aiutarlo a ripristinare la funzione respiratoria. Comunque ognuno dà il proprio contributo e alla fine, quando arriva l'ambulanza, è già cadavere. Fra avvocati questo lo chiamiamo “gioco di squadra divertente”.

Alle mie spalle però una giovane praticante, probabilmente appena uscita dall'università, appare pallida e impaurita per la scena di ordinario squallore. Siccome è molto carina le rivolgo la parola per darle un consiglio «Guarda che tu sei ancora in tempo, sai? Più che il culo io non posso dare ma tu hai anche altre possibilità e puoi adire altre strade...»
Sul momento non sono sicuro che abbia compreso la mia velata allusione ma la settimana dopo mi è parso di riconoscerla, seppure abbigliata e truccata molto diversamente, lungo viale Europa mentre alla luce di un lampione il pappone marocchino le passa una dose in cambio dei guadagni della serata: mi è parsa molto felice e realizzata. Fra avvocati questo lo chiamiamo “lieto fine”.

Finalmente arriva il mio turno: passo al sonnolento impiegato gli estremi dei fascicoli che mi servono con la relativa manciata di marche da bollo. Questi, con esasperante lentezza, si dirige a prendere i documenti nell'archivio vero e proprio. Lungo il cammino dà pacche sulle spalle a un amico, congratulandosi e ridacchiando per qualcosa che non riesco a capire, poi prende un tè con biscotti con delle colleghe e infine sparisce nella stanza accanto. Siccome non ritorna mi azzardo a picchiettare sul vetro per richiamare l'attenzione di qualcuno: stranamente mi sente e, come disse il pene alla vagina, mi risponde «Ora vengo!» Ovviamente si è dimenticato un faldone: con uno sbadiglio si rialza e ripercorre lo stesso cammino di prima ma in senso inverso: ovvero passa dalle colleghe a prendere il tè, con pasticcini stavolta, e solo dopo si congratula con l'amico.
Finalmente torna da me e, prendendosi in pegno la mia carta di identità, mi consegna un polveroso pacco di faldoni. Fra avvocati questo andirivieni lo chiamiamo “iter amministrativo”.

Mentre corro alla fotocopiatrice do una scorsa ai documenti e ho una brutta sorpresa...
Oltre alle macchie d'umidità, alle muffe e all'inchiostro sbiadito che fanno sembrare le lacere pergamene molto più vecchie delle loro poche settimane di vita, trovo nel bel mezzo di un faldone un topino schiacciato e mummificato! «Che schifo!» penso: se almeno si fosse trattato di una topina, anche se pelosa, l'avrei potuta leccare via. Fra avvocati questa la chiamiamo BONA, ovvero: “Buona Opportunità Non Attuata”.

Ovviamente anche per la fotocopiatrice c'è una coda chilometrica. Fino a qualche mese fa non era malaccio: la protezione civile passava e ci distribuiva bottigliette d'acqua e coperte.
Poi qualche cretino deve avergli spiegato che, nonostante la coda, si era nei corridoi degli uffici giudiziari e non sull'A4...
Peccato però: la coperta era inutile e l'acqua non necessaria (gli avvocati, come i cammelli nel deserto, non necessitano di bere perché hanno la loro scorta privata nella gobba) però era divertente fingere di aprire il finestrino e spegnere il motore della macchina per risparmiare benzina...
Fra avvocati in questi casi diciamo: “Con questo traffico non dovevo prendere l'autostrada, cazzo!”

La moretta in fila davanti a me è molto carina e mi fa tornare in mente quando lavorai a una pratica per Sasha Grey (per chi non la conoscesse è una famosa attrice di film per bambini). Tutto andò per il meglio e alla fine, proprio come sognavo, mi chiese sorridendo allusivamente (si passava la lingua sul labbro superiore come fosse un tergicristallo...) «In che maniera preferisci che ti paghi la parcella?».
Apro un inciso che c'entra poco ma che ha il pregio di far aumentare la suspense: non molti lo sanno ma Sasha Grey parla benissimo italiano. Infatti suo nonno materno è originario di Atene e lei stessa ha sempre avuto un rapporto molto intenso, direi passio-anale, con la Grecia.
Così le risposi: «grenw ple...»
Sasha (slacciandosi la camicetta e appoggiando molto amichevolmente la sua gamba destra sulla mia spalla) : «Sei sicuro di preferire un assegno? Non vuoi far conoscere, biblicamente, al tuo timido castoro la mia marmottina, quasi, illibata?»
E io: «gneeeg...»
Così lei, molto seccata, firmò l'assegno e se ne andò. Probabilmente, con il senno e cullo di poi, avrei potuto giocare meglio le mie carte ma 'sta cosa della Grecia mi aveva confuso le idee...
Fra avvocati questa la chiamiamo mega-BONA mentre Sasha è una mega-... vabbè, lasciamo stare...

Finalmente, mentre già mi dico «anche questa è fatta!», arrivo alla vetusta fotocopiatrice, vi inserisco una moneta da 20 centesimi, premo il grosso tasto verde “Start” e... niente... così ripremo “Start”, questa volta più lentamente, bene fino in fondo come se spingessi la supposta nel culo di un giudice e... niente... con panico crescente inizio a premere ripetutamente “Start”... ma ancora niente di niente...
In questi casi ci sono solo due possibilità e tertium non datur: o il tasto non funziona o la fotocopiatrice è rotta o qualche impostazione non è corretta o è finita la carta igienica o un foglio è rimasto bloccato all'interno o c'è una brutta congiunzione astrale oppure qualcosa d'altro.
Ma siccome sono un avvocato e, quindi abituato a vivere situazioni estreme di questo tipo, rapidamente riprendo il controllo e mi arrischio a guardare il display lampeggiante: come temevo, in bella vista, campeggia la scritta “No Toner!”.
Come dice il proverbio “No toner, no party...” e appena lo dico ad alta voce, nella fila alle mie spalle, si scatena il caos: un ragazzo si lancia di corsa contro una finestra sfondandola e sfracellandosi, nella generale ironia dei passanti, sulla sottostante via San Martino; una ragazza invece si suicida avvelenandosi con la capsula di cianuro che tutti gli avvocati hanno impiantata nel secondo molare: mentre rantola sul pavimento si forma intorno a lei un capannello di uomini ma, essendo decisamente bruttina, nessuno ne approfitta.
Fra avvocati questo si dice “avere il dente avvelenato” o anche “mai mollare il molare per mala morale”: l'allitterazione ripetuta, pur di scarso significato, non fallisce mai nell'impressionare i clienti...

Permettetemi una dialisi nel racconto: spesso, essendo io un vero avvocato con non solo gli incisivi ma anche gli attributi giganteschi, uso modi di dire che potrebbero essere non immediatamente comprensibili a chi non è del nostro ambiente.
Mi riferisco, ad esempio, all'immagine usata poc'anzi della supposta inserita nel vizzo posteriore di un giudice: l'avvocato ha sempre il massimo rispetto per tale figura ed eventuali frasi, apparentemente irriguardose, sono solo comuni e affettuosi disfemismi. Ad esempio, quando fra avvocati ci vogliamo augurare buona fortuna, si suole usare l'antifrasi “in culo al giudice” o anche “in culo alla giustizia”.

Quando tutto sembra perduto e io, in piena crisi mistica, sto gridando «O padre mio onnipotente, perché mi hai abbandonato?!» sbuca dal nulla un inserviente che dice «Ah, il toner è esaurito? Ora lo cambio...». Senza parole per lo stupore alzo gli occhi al cielo e ringrazio mentalmente il Grande Castoro che, dall'alto della sua Diga Celeste, ha evidentemente rivolto il suo sguardo benigno su di me. Nel tripudio generale ci abbandoniamo a una spontanea esultanza con sfrenati balli tribali avvocateschi eseguiti al suono di tamburi improvvisati con le ventiquattrore.
Sfortunatamente l'ora, da immediatamente, si trasforma in un'ora e mezzo di caffè e chiacchiere al bar. Comunque il tecnico, una volta riapparso, con insolita solerzia sostituisce senza problemi il vecchio toner col nuovo.
Quando poi sto per completare le mie fotocopie ho lo spiacevole contrattempo di esaurire le monetine da 20 centesimi, le uniche accettate dalla fotocopiatrice. Beffardamente, proprio accanto a essa, è presente una lucente macchina cambiamonete ma, da quando frequento gli uffici giudiziari, è sempre stata rotta. Suppongo che sia stata messa lì solo come mesta allegoria della giustizia italiana: ci sarebbe ma non funziona.
Fortunatamente fra noi avvocati c'è molto cameratismo e il ragazzo alle mie spalle mi vende tre monete da 20 centesimi per soli 20€. Fra noi avvocati si usa infatti la seguente diafora: «L'interesse, se è senza interesse, non è un interesse».

Finalmente sono in coda per riconsegnare i documenti originali e riprendere la mia carta d'identità. Quest'ultima formalità, una volta tanto, è in genere piuttosto rapida e infatti ci sono solo undici persone prima di me: sfortunatamente è quasi l'ora di pranzo e così, dopo pochi minuti, chiudono a chiave la porta dell'ufficio alle nostre spalle e sguinzagliano i dobermann affamati nei corridoi per far defluire rapidamente all'esterno tutti gli estranei.
Queste due ore extra di attesa mi fanno riflettere su come l'immagine dell'avvocato nell'iconografia popolare sia distorta e fuorviante. Intendo l'archetipo insito nell'inconscio collettivo: l'avvocato in alta uniforme, sugli attenti, lo sguardo fiero fisso davanti a sé, tutto in bianco con medaglie e nastrini colorati sul petto; insomma, per intenderci, mi riferisco alla figura portata sul grande schermo da Richard Gere in “Avvocati e gentiluomini”.
Credo invece che nella realtà gli avvocati siano molto diversi: la fiducia nella giustizia e nel prossimo, la speranza in un futuro migliore, la rigida disciplina che ci è imposta per tenere a freno la nostra bonaria esuberanza, l'allegria che ci contraddistingue e soprattutto le lunghissime file, caratterizzate da lazzi gioiosi e birbonate, è molto meglio rappresentata in “Schindler's list” di Steven Spielberg.
“La vita è bella” non posso fare a meno di pensare per associazione di idee. Subito mi torna alla memoria un caso di qualche anno fa quando ero stato nominato tutore legale di una ricca signora, ultra novantenne, immobilizzata a letto. Ovviamente era senza parenti e l'unica assistenza le era fornita da un'infermiera rumena molto affezionata che, per farla felice, indossava sempre gli antichi monili d'oro dell'anziana assistita. Ricordo che quando la signora mi vedeva, piangeva disperatamente e implorava aiuto: evidentemente era malnutrita e maltrattata. Subito lo facevo notare all'infermiera ricordandole le sue precise responsabilità. A questi ricordi noi avvocati si dice «Bei tempi: che risate!»

Con imbarazzo mi accorgo che i ricordi mi hanno provocato un'inopportuna erezione. Così inizio a pensare alle cose più schifose che mi vengono in mente: incidenti stradali, corpi mutilati, facce insanguinate, “Mentre la notte va” della Pausini...
Grazie a queste fantasticherie a occhi aperti, le ore volano e, alle 17:28, dopo circa 9 ore, vengo abbondantemente allo sportello dove riconsegno i faldoni originali e riprendo la mia carta d'identità. Come si dice, con voce infantile, fra avvocati «Già fattooo??!»

Finalmente mi dirigo allo studio legale per iniziare la mia giornata lavorativa di otto ore. Faccio un veloce calcolo e, considerando un'altra ora per tornarmene alla mia diga dolce diga, tre ore di sonno, mezz'ora per mangiare e lavarsi, venticinque minuti di quality time e cinque minuti di sesso/droga/“Cugini di campagna” mi rendo conto che la giornata durerà in tutto circa 30 ore. Questo significa che quattro giorni come questo mi costeranno il sabato; ma siccome si lavora cinque giorni la settimana, e in genere non sono fortunato come oggi, probabilmente il “venerdì” terminerà domenica sera. A questo punto penso che ci sono anche dei rompicoglioni, senza un cazzo da fare, che hanno il coraggio di protestare se io non ho mezz'ora di tempo per aggiornare il mio blog: mi piacerebbe provassero loro a scrivere un post bellissimo come questo che, realisticamente e senza esagerazioni di sorta, dà un onesto spaccato delle nostre problematiche quotidiane. Noi avvocati a queste persone insensibili diciamo “Ma vaffa' in giudice!”
.

- KGB -

2 commenti:

  1. Non posso che concordare con tutti gli altri commenti: questo è uno dei tuoi post migliori in assoluto!
    L'idea di fingere di fingerti di fingere di essere te stesso è brillante anche se, devi ammetterlo, rende palese il tuo narcisismo da solipsista...
    Continua così!!!

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